Utilizziamo cookie per assicurarti una migliore esperienza sul sito. Utilizziamo cookie di parti terze per inviarti messaggi promozionali personalizzati. Per maggiori informazioni sui cookie e sulla loro disabilitazione consulta la Cookie Policy. Se prosegui nella navigazione acconsenti all’utilizzo dei cookie.
 
 
 
 
 
 
 

Leggende delle Dolomiti / Alto Adige

Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.1

Il Giubbino del Salvano

Bisogna sapere che i Salvani sono spiriti dei boschi molto schivi e quando intervengono in aiuto dell´uomo, non vogliono svelare, in ogni caso, la loro presenza.
A riguardo, un´antica leggenda narra che dei pastori avevano l´abitudine di portare a pascolare le pecore sui prati sottostanti il Sasso della Croce. Dopo un po’ di tempo, però, inizió a verificarsi un fatto molto strano. Nonostante l´erba fosse fresca e prelibata, le pecore brucavano un po´qua , un po´la e poi se ne tornavano belle e sazie all´ovile. Pensa e ripensa, ma niente, questi poveri uomini non riuscivano proprio a spiegare il mistero. Eppure, a guardarle bene, le bestie erano belle pasciute e in ottima salute.
Così alla fine, i pastori decisero di trascorrere la notte nascosti nella stalla per vedere se riuscivano a scoprire qualcosa di nuovo. Ed ecco che, a notte fonda, arrivò un piccolo gnomo che radunò le pecore e le condusse fuori a pascolare per poi riportarle all´alba.
I pastori, commossi dalle premure del Salvano, pensarono di ricambiare la cortesia. Scesero cosí a valle e fecero confezionare un bel giubbino rosso. Poi, giunta la sera, lo misero in bella vista davanti alla porta della stalla. Il mattino seguente il giubbino rosso era sparito, ma il Salvano smise di frequentare quel luogo.


Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.2

Gli Gnomi e il calzolaio di Marebbe

 
Il sole stava ormai scivolando dietro le slanciate guglie della Val Badia e il povero Toni di Marebbe s´attardava a preparare sul desco tutto l´occorrente per fare un nuovo paio di scarpe. Finita questa operazione si levò stancamente dallo sgabello, chiuse l´uscio e andò verso casa. Ma il mattino seguente, quando riaprì la bottega di buon´ora, scoprì, con grande sorpresa, che le scarpe erano già pronte. Il pensiero di tale stranezza non l´abbandonò per tutta la mattinata e giunto a casa, raccontò il fatto alla moglie. Questa, con un borbottio severo, lo scrutò dritto negli occhi. Poi, rassicuratasi che il marito non s´era fermato nella locanda a bere qualche bicchiere di troppo, lo esortò a passare la notte in bottega per cercare di risolvere il mistero.
Bisogna però sapere, che il buon Toni era uomo di poco coraggio e così, non fece neppure in tempo a scoccare la mezzanotte, che già si precipitava fuori dal negozio in preda a una paura tremenda. A dire il vero, nulla di strano era accaduto, ma la mente del pover´uomo aveva iniziato a fantasticare su streghe, fantasmi e chissà quali altri spiriti ancora. Grazie al cielo, la moglie era fatta di tutt´altra pasta e prese il suo posto nascosta dietro la stufa. A un certo punto, il silenzio fu lacerato da un sinistro cigolio della porta e due piccoli gnomi apparvero con la lanterna in mano. Si sedettero al desco, presero chiodini e martello e iniziarono a lavorare di gran lena. Tale fatto toccò profondamente i due consorti che decisero di comprare un paio di graziosi vestitini e li misero in bella vista sul banco. Anche quella notte gli gnomi non mancarono all´appuntamento. Indossarono i vestitini, fecero un nuovo paio di scarpe, ma non ritornarono mai più.


Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.3

Il cavaliere Gran Bacun di San Vigilio di Marebbe

La gente della Val Badia porta ancora nel cuore il ricordo dell´eroico compatriota Francesch Wilhelm de Brach, conosciuto anche come il <<Gran Bacun>>. Il prode di Marebbe si fece onore e fama nelle crociate in Terra Santa, ma l´impresa più ardita e valorosa la compì tra i suoi monti. Bisogna infatti sapere che molti e molti anni fa, viveva ai piedi del Sasso della Croce un ferocissimo drago che s´avventava su ogni uomo o animale che incontrava per divorarlo. Tali luoghi iniziarono quindi a spopolarsi rapidamente e il famelico demone, non trovando più nulla da mangiare, prese a scendere fino a valle. Neppure le case potevano garantire un rifugio sicuro e nei paesi si respirava un´aria di desolata rassegnazione. Ogni tanto, qualche ardito guerriero tentava di avventurarsi fin su al Sasso della croce con l´intenzione di vendicare i suoi cari, ma non faceva neanche in tempo a puntare la lancia che veniva divorato in un sol boccone.
Ma ecco che un giorno, un possente cavaliere venuto dall´oriente, prese a salire la valle per giungere fino a Marebbe; era il << Gran Bacun>> in persona. La notizia della sua venuta attraversò i paesi veloce come il vento e la gente si riversò nelle strade ad implorare il suo aiuto. Il giorno seguente il Brach indossò la lucente armatura, salì in groppa al suo fido destriero e si inerpicò fin su alla tana del drago. L´enorme bestia sbucò fuori dalla caverna con le fauci spalcate, ma il guerriero per nulla intimorito, incoccò la freccia, tese l´arco e colpì preciso al cuore. Il mostro, stramazzò pesantemente al suolo con urla terrificanti, poi, di colpo, tutto tacque e la valle tornò a fiorire.


Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.4

Il serpente bianco di Fodara Vedla

Non lontano da San Vigilio si estendono i ricchi pascoli di Fodara Vedla dove, in estate, i pastori della valle portano a pascolare il loro bestiame. Quassù, ovunque si volga lo sguardo, la natura ci parla con dolci melodie e lo scampanellio degli animali accompagna le nostre liete passeggiate.
Ci fu un tempo, però, che tali luoghi erano infestati da serpenti velenosi e solo gli uomini più arditi ed esperti osavano avventurarsi con il bestiame fino ai piedi del Sas dla Pera. Come se ciò non bastasse, appena calava la notte, queste perfide serpi si intrufolavano nelle stalle e si saziavano di tutto il latte che le mucche potevano offrire. Poveri pastori… oltre a vivere nella paura dei loro morsi, dovevano pure subirne le beffe.
Venne finalmente il giorno che, esasperati dalle continue razzie, i pastori pensarono bene di recersi da uno stregone di San Vigilio per invocarne l´aiuto. Egli preparò una bisaccia piena di polveri e erbe magiche, si incamminò verso Fodara Vedla e lí, all´imbrunire, accese un gran falò e iniziò a recitare arcane preghiere per chiamare a raccolta le vipere. Queste, incantate dal misterioso rituale, si gettavano nel fuoco, a una a una, arrostendo con raccapricciante crepitio. Assiema a loro, però, giunse anche un maestoso serpente bianco con il capo ingioiellato da una piccola corona. Lo stregone non fece in tempo ad accennare una qualche difesa, che la regale serpe lo avvolse con le sue forti spire e lo trascinò con se´ nel fuoco.
Il mattino seguente, i malgari si precipitarono sul posto per vedere cos´era rimasto del falò di quella strana notte, ma vi trovarono solo un´enorme fossa corrosa dal veleno e coperta di ceneri. Non tutti però furono così distratti, uno dei pastori infatti scovò la piccola corona del serpente bianco, la raccolse e visse da principe per il resto della vita.


Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.5

Donna  Dindia
Il sole irradiava gli ultimi purpurei raggi attraverso le finestre del grande salone e il giovane cavaliere stava conversando, seduto al lungo tavolo, con donna Dindia. Egli s´era spinto fino alla selva Lamarida in cerca del gioiello “Raietta” per assecondare i capricci della sua futura sposa, la bellissima castellana di Badia. Udite queste parole, la dama abbozzó un sottile sorriso di tenerezza e l´ammoní “… il gioiello di cui parli si trova proprio nella grotta ai piedi del castello, ma a sorvegliarlo c´è un ferocissimo drago. Lo stesso drago che mi tiene prigioniera e che, finora, nessuno è mai riuscito a sconfiggere.”
Leggendo poi la grande curiosità che illuminava gli occhi del giovane forestiero, l´affascinante Dindia presa a narrare dello sventurato legame che la univa alla Raietta. Tale gioiello era il dono di un malvagio stregone che voleva a ogni costo prenderla in sposa. Punto però nell´orgoglio dai suoi sdegnosi rifiuti, il mago la rapì e la rinchiuse in questo castello. L´incredibile racconto animò il cuore del giovane condottiero che, giunte le prime luci del giorno, si avventurò fino alla grotta deciso a liberare la nobile prigioniera e donare all´amata il fantastico gioiello. Il duello divampò ben presto in un furibondo scambio di colpi finché, all´improvviso, la possente spada del cavaliere trafisse il drago da parte a parte. Donna Dindia era finalmente libera, ma quando il giovane uscì trionfante dalla caverna, cadde ai suoi piedi stravolto dalle mortali ferite. In quello stesso momento, un urlo di dolore echeggiò nell´aria e una fanciulla si gettò sul corpo esanime: era la castellana di Badia venuta in cerca del suo amato. Per lungo tempo le due dame si fissarono silenziosamente negli occhi, poi donna Dindia raccolse il corpo senza vita del paladino, lo adagiò sul suo cavallo bianco e scomparve nella foresta.


Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.6

La principessa Dolasilla
Molto e molto tempo fa prosperava nelle Dolomiti un fantastico regno, ormai scomparso, conosciuto con il nome di Fanes. Questo regno raggiunse il suo massimo splendore grazie alle prodezze e al coraggio di Dolasilla. Tale fanciulla era niente meno che la figlia del re dei Fanes ed oltre a essere molto bella, si rivelò ben presto anche un´invincibile guerriera.
Le grandi doti di Dolasilla erano rese ancora più straordinarie dalla forza della magia. Gli Gnomi infatti le avevano donato, in segno di gratitudine, una stola di ermellino e dell´argento. Con tali materiali, gli armaioli più esperti del reame le confezionarono una prodigiosa armatura che nessuna freccia o spada era in grado di scalfire e forgiarono un arco di ineguagliabile potenza. Le frecce invece erano state ricavate dal canneto del Lago d´Argento e quando venivano scagliate, andavano immancabilmente a colpire il bersaglio.
Bardata di tali armamenti, la prode guerriera affrontò per la prima volta il campo di battaglia e sbaragliò il nemico in me che non si dica. Tutto il popolo dei Fanes si raccolse per festeggiare l´evento portando in trionfo Dolasilla fin sul monte Plan de Corones. Lí, il re padre, incoronò la figlia con la splendida Raietta, la gemma più preziosa delle Dolomiti e un lungo periodo di prosperità e fortuna accompagnò questo popolo.


Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.7

I Monti Pallidi
Forse non tutti sanno che le Dolomiti vengono chiamate anche Monti Pallidi a seguito di un prodigioso incantesimo avvenuto ai tempi dell´antico Regno delle Dolomiti, quando la roccia delle montagne aveva lo stesso colore delle Alpi. Tale regno era ricoperto di prati fioriti, boschi lussureggianti e laghi incantati. Ovunque si poteva respirare aria di felicità e armonia meno che nel castello reale. Bisogna infatti sapere che il figlio del re aveva sposato la principessa della luna, ma un triste destino condannava i due giovani amanti a vivere eternamente separati. L´uno non poteva sopportare l´intensa luce della luna che l´avrebbe reso cieco, l´altra sfuggiva la vista delle cupe montagne e degli ombrosi boschi che le causavano una malinconia talmente profonda da farla ammalare gravemente. Ormai ogni gioia sembrava svanita e solamente le oscure foreste facevano da solitario rifugio al povero principe. Ma si sa, però, che proprio le ombrose selve sono luoghi popolati da curiosi personaggi, ricchi di poteri sorprendenti e capaci di rovesciare inaspettatamente il corso degli eventi. Ed è così che un giorno, nel suo disperato vagare, il principe s´imbatté nel re dei Salvani, un piccolo e simpatico gnomo in cerca di una terra per il suo popolo. Dopo aver ascoltato la triste storia del giovane sposo, il re dei Salvani, gli propose, in cambio del permesso di abitare con la propria gente questi boschi, di rendere lucenti le montagne del suo regno. Siglato il patto, gli gnomi tessero per un´intera notte la luce della luna e ne ricoprirono tutte le rocce. La principessa poté così tornare sulla terra per vivere felicemente assieme al suo sposo e le Dolomiti presero il nome di Monti Pallidi.


Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.8

La leggenda di Re Laurino

Narra una leggenda che fra i massicci rocciosi del Catinaccio ci fosse un immenso giardino di rose, governato da Re Laurino.
Re Laurino a sua volta regnava su un popolo di nani che scavava nelle viscere della montagna alla ricerca di cristalli, argento ed oro e possedeva altre sì due armi magiche: una cintura che gli forniva una forza pari a quella di 12 uomini ed una cappa che lo rendeva invisibile.
Un giorno il re dell’Adige decise di sposare la bella fanciulla Similde. Per questo motivo invitò tutti i nobili del regno ad una gita di maggio, tutti tranne Re Laurino. Ma questo decise di partecipare comunque: come ospite invisibile.
Quando Laurino sul campo del torneo cavalleresco vide Similde e, colpito dalla sua stupenda apparenza, se ne innamorò sperdutamente, la rapì e la portò con sé.
Hartwig, il promesso sposo della principessa, chiese aiuto al re dei Goti ed assieme ai suoi guerrieri salì sul Catinaccio. Re Laurino allora indossò la cintura, che gli dava la forza di dodici uomini e si gettò nella lotta. Quando si rese conto che nonostante tutto stava per soccombere, indossò la cappa e si mise a saltellare qua e là nel giardino, convinto di non essere visto. Ma i cavalieri riuscirono ad individuarlo osservando il movimento delle rose sotto le quali Laurino cercava di nascondersi. Lo afferrarono, tagliarono la cintura magica e lo imprigionarono.
Laurino irritato per il destino avverso, si girò verso il Rosengarten, che lo aveva tradito e gli lanciò una maledizione: ne di giorno, ne di notte alcun occhio umano avrebbe potuto più ammirarlo. Laurino però dimenticò il tramonto e così da allora accade che il Catinaccio, sia al tramonto sia all’alba, si colori tingendosi di un magnifico rosa .


Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.9

La ninfa del Lago di Carezza
Molti anni fa nel lago di Carezza viveva una ninfa di particolare bellezza che con il suo canto melodioso deliziava tutti i viandanti che salivano al passo di Costalunga.
Un giorno anche lo stregone di Masaré la sentì cantare e si innamorò della ninfa. Egli usò tutti i suoi poteri per conquistare la fatina del lago senza riuscirvi.
Così lo stregone chiese aiuto alla strega Langwerda che gli consigliò di travestirsi da venditore di gioelli, di stendere un arcobaleno dal Catinaccio al Latemar e di recarsi quindi al Lago di Carezza per attirare la ninfa e portarla con sé.
Così fece: stese il più bell’arcobaleno mai visto sino ad allora tra le due montagne e si recò al lago, ma dimenticò di travestirsi. La ninfa rimase stupita di fronte all’arcobaleno colorato di gemme preziose. Ma ben presto si accorse della presenza del mago e si immerse nuovamente nelle acque del lago. Allora non fu più vista da nessuno.
Lo stregone, distrutto dalle pene d’amore, strappò l’arcobaleno dal cielo, lo distrusse in mille pezzi e lo gettò nel lago. Questa è la ragione perché ancora oggi il lago di Carezza risplende tutti gli stupendi colori dell’arcobaleno, dall’azzurro al verde, dal rosso all’indaco, dal giallo all’oro.


Leggende delle Dolomiti / Alto Adige nr.9

L’uomo selvaggio di Monticolo
C’era una volta una dubbiosa casetta nel bosco di Monticolo, la quale già allora, dato il suo strano aspetto, veniva evitata dalla gente.
E ancora oggi ad alcuni influisce paura attraversare sto posto nel pieno della notte…
La leggenda racconta, che proprio in quella casetta abitava un selvaggio. Una persona di grande statura, forte e cattiva, conosciuta da tutti come “l’uomo selvaggio di Monticolo”.
Un volta accadde che una donna anziana di sera si recò nel bosco per raccogliere rami secchi. Senza che lei se ne accorgesse il sole tramontava, e la notte si diffondeva ancora prima che poteva prendere la via di ritorno. Quella sera non ritornava a casa, ma nessuno aveva il coraggio di andare nel bosco a cercare la vecchia donna. Quando la mattina del giorno dopo la gente si mise a cercare l’anziana, ritrovarono soltanto degli avanzi vicino alla dubbiosa casetta sul colle “Windmannsbühel”: l’uomo selvaggio la aveva divorata!
Un giorno poi l’uomo selvaggio si recò a Colterenzio per acquistare da un contadino alcuni bue, con i quali voleva trasportare delle pietre sulla collina. Diffidoso, il contadino gli era seguito e vedeva come l’uomo maltrattava gli animali appena comprati. Ma il contadino, troppo pauroso di avvicinarsi troppo, se ne ritornò a casa senza far niente. Il giorno dopo trovò i bue nuovamente nella loro stalla a casa: ingrassati e molto più forti di prima. Non credeva ai suoi occhi, perché aveva visto come erano stati trattati il giorno prima.
Un’altra volta alcune persone si recarono nel bosco per raccogliere fogliame. Passarono anche alla casetta dell’uomo selvaggio, dal quale già da tempo non si aveva più sentito niente, ed erano troppo curiosi per non darci un’occhiata. La porta era aperta, così entrarono e videro una grandissima cava. Scesero e non appena erano dentro la fossa, tutto incominciò a girarsi a tal punto, che a tutti vennero le vertigini. All’improvviso i lati della fossa si trasformarono in oro e tutto attorno a loro brillava.
La gente era spaventata a morte e cercava di uscire dalla cava il più veloce possibile. Però poi da fuori volevano nuovamente ammirare l’oro, ma all’improvviso tutto si era trasformato di nuovo come era prima: ciò che vedevano era soltanto la fossa vuota…




 
 
 Vai alla lista 
 
 
Mariagrazia V.
"Vorrei cogliere l’occasione per ringraziarvi delle bellissima vacanza. Tenetevi stretto lo chef di cucina."
 Vedi tutti i commenti 
 




 
 
 

 
 
Chiamateci!
Avete domande o desiderate informazioni sul nostro Hotel 4 stelle benessere? Chiamateci
0474 501043
 Saremo lieti di richiamarvi 
Newsletter
 


 

 Iscriviti ora 
Contatti 39030 San Vigilio di Marebbe
Dolomiti - Alto Adige - Italia
Tel. 0474 501043
Fax 0474 501569
www.almhof-call.com

 
 Mostra come arrivare 
 
Autore: Call Oliver
 
 
Wellnesshotels Südtirol | Hotel benessere Alto Adige